Lunedì, 24 Agosto 2020 11:45

Il dolore nella ruota del Samsara: il “Karman”

Scritto da Sal Giampino
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In origine, la nozione religiosa espressa dal termine sanscrito “karman” indicava un rituale sacrificale, correttamente eseguito, per l’ottenimento di ciò che si desiderava in vita e, dopo la vita, in una nuova vita ancora.

Era un processo rituale eseguito dai Brahmani, da cui si origina l’occidentale termine che identifica un desiderio esasperato: brama di qualcosa o di qualcuno. Era così che il futuro del risultato sacrificale poteva anche essere realizzato in quella vita, o in quell’altra prevista dopo la morte: una sorta di prenotazione, presso un’esistenza futura, di un benessere ulteriore o di un cambiamento di status che la legge dell’impermanenza - cambiamento in relazione all’esistenza fenomenica - ratificava e considerava evoluzione dell’anima. L'uomo possedeva, così, come un contenitore in cui raccoglieva le sue azioni religiose in vista del suo futuro di vite; e accumulava, attraverso sacrifici, pagati a peso d’oro e mucche, per acquisire uno status spirituale di “credito” verso gli dei. Da qui, trasformare il termine e la sua accezione, il passo è stato breve. La dizione occidentale di “Karma” viene così volutamente travisata in “momento di riscatto spirituale”: qualcosa che in realtà non può esistere dato l’innegabile e insopprimibile libero arbitrio che conduce ad attingere alle varie esperienze conoscitive, formative e costruttive dello spirito umano attraverso le decisione responsabili di ogni essere vivente. Condizione filosofica che ci permette di dire che il “Karma” - in quanto momento di riscatto da una vita precedente che tende al miglioramento della presente e delle future - non può esistere in alcun modo. Considerato il suo dato di genesi, il Karma, così come è stato inteso, non è altro che una giustificazione religiosa che porta allo scambio tra l’uomo, alla ricerca di un benessere dell’anima da acquisire, e la religione che si attesta nella posizione di tenutaria di ogni verità e di ogni possibilità di miglioramento, cambiamento, emancipazione. E’ il solito “giochetto” condizionante espresso dalle autorità religiose in ogni religione. Attraverso le leggi delle Verità, ci giunge una percezione sintattica che ci permette di definire il Karma: una semplice ricerca da parte del corpo e dello spirito, di affrancamento dal dolore. Il dolore, infatti, affligge l'uomo a causa dell'impermanenza, cioè della capacità e, nel contempo, della paura del cambiamento costante e naturale che ogni essere affronta nel proprio percorso di vita; impermanenza propria e di tutto ciò che si sperimenta e si conosce in vita, per effetto della nascita immersa nel “samsara” (ciclo di morte e rinascita) e per effetto dell'adesione alla credenza in un sé imperituro (eterno e immortale). Questa sofferenza dovuta al dolore si rivela ed è percepita non solo quando si constata l'ineluttabilità di malattia, vecchiaia e morte, ma anche quando si è costretti al contatto con ciò che non si ama - connessioni, relazioni, interazioni con persone, cose od eventi sgradevoli - come pure è percepita quando si è costretti alla separazione da ciò che si ama, o ancora, quando si risente di un disagio esistenziale derivante dallo scontrarsi con una realtà che non soddisfa la propria adesione all'idea di un sé solido, unico, integro, affidabile ed imperituro. La frustrazione dei desideri è una delle più usuali percezioni del "dolore". Più in generale, la constatazione che esista nella vita dell'uomo una "sofferenza" associata indistricatamente all'essere, per se stessi, espressione di un mutevole «composto di aggregati». Il "dolore" non è colpa del mondo, né del fato, né di Dio; né avviene per caso. Ha origine dentro di noi, dalla ricerca della felicità in ciò che è transitorio, essendo spinti dalla sete, o brama per ciò che non è soddisfacente e si manifesta sotto le tre forme di: "Brama di oggetti sensuali"; "Brama di esistere"; "Brama di annullare l'esistenza". Da ciò, nasce perciò, la ricerca d’emancipazione dal dolore: per sperimentare la quale, occorre lasciare l'attaccamento alle cose e alle persone, alla scala di valori ingannevoli per cui ciò che è provvisorio è maggiormente desiderabile. Questo stato di cessazione e abbandono viene denominato “Nirvana”, termine che possiede il significato sia di “estinzione”: cessazione del soffio che, secondo una diversa etimologia buddhista, libertà dal desiderio. In conclusione, possiamo affermare che è Karma la ricerca di benessere attraverso l’esperienza del dolore? Oppure, nell’espressione del mio personale pensiero: non è riscatto, né sofferenza per scelta divina, ma scelta responsabile di sofferenza per appartenenza a quel divino che è ricerca continua, pedissequo riscatto delle esistenze per accedere al divino medesimo e, illuminazione assoluta, nella conquista della libertà di ciò che i sensi “sottilmente” trasmettono, ma nel timore dell’ottenimento di quel puro godimento che è felicità?

Sal Giampino

“Non sono soggetto a nascita o morte,
non ho casta, né padre né madre.
Io sono lo spirito beato.
Sono la felicità infinita”

Paramahansa Yogananda

Letto 142 volte Ultima modifica il Venerdì, 20 Novembre 2020 17:53

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