Giovedì, 12 Agosto 2021 07:52

"L'altro lato delle cose" - Introduzione di Antonino Contiliano

Scritto da Antonino Contiliano
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Cercare una chiave di lettura è un interrogativo e un compito non eludibile tutte le volte che un testo letterario offre e chiede al lettore, ingenuo o critico, un’ipotesi di senso e l’ancoraggio a uno spazio-tempo presente e/o di memoria in cui si snoda la narrazione e la direzione.

Una interpretazione cioè che attraverso i passaggi dello stile discorsivo delle sue pagine – realizzati nell’enunciazione enunciata e lasciati come tracce e indizi (elementi interni o deittici: pronomi personali, dimostrativi, tempi verbali e forme avverbiali di spazio o tempo; referenze esterne al testo: date, nomi personali, fatti oggettivi, ecc.) – può trovare una possibile sutura tra la soggettività e l’identità di chi scrive e di chi legge. Una cucitura che, partendo dall’espressione di superficie e fino ad arrivare ai livelli del campo semantico complesso dell’opera, non è tuttavia, fortunatamente, scontata e univoca, bensì oscillante tra ambiguità e polisemia denotativo-connotativa processuale verbale e non verbale. Nel caso di questa nuova narrativa di Salvatore Giampino, la pratica significante, infatti, è un tessuto che relaziona iconizzazione linguistica, propria alla scrittura letteraria, e icona visiva, l’immagine foto-artistica. Una scelta del dicibile e del visibile che, tuttavia, non abbandona le consistenze delle ombre, le zone opache (ma non per questo asignificanti) del discorso. Non ci troveremmo (diversamente) innanzi a un’opera letteraria! Éduard Glissant (Poetica del diverso; Poetica della relazione) dice che nella comunicazione, in genere, e in quella artistica in specie, ridurre l’“oscurità” nella “trasparenza” è “barbarie”. Il linguaggio trasparente non è in condizione di portare alla luce simultaneamente il mare delle piccole percezioni e delle vibrazioni ondulatorie singolari che, contraendosi, danno vita ai corpi e ai testi artistico-letterari come masse lisce; e che poi, sciogliendosi, all’arrivo della lettura e dell’ascolto, invece, suggeriscono e alludono superfici porose. Non per niente un’opera letteraria lavora anche sul non detto, l’implicito, il differenziale culturale e l’“enciclopedie” differenti e differenzianti dei soggetti (dentro e fuori il testo) coimplicati che abitano i paesaggi sociali, e richiamano i passaggi che legano la lingua dei corpi a quella della psiche e della cultura. Il loro patrimonio simbolico non è solo diverso (non coincide), ma è anche tagliato dalle distanze spazio-temporali, per cui ne nasce una congiunzione-disgiunzione piuttosto movimentata e congetturale.

Il lavoro letterario cui stiamo alludendo, nel caso, è il nuovo libro di Salvatore Giampino (un pluri-arte-facere: pittore, designer, pubblicitario, scrittore), L’altro lato delle cose. Un libro che in realtà racchiude una serie di racconti brevi e incisivi e una “testualità” pragmatica che non tralascia (certo) di dire al lettore che il suo soggetto motore è: un “sognatore dell’assurdo” e uno che non ama la “visione infernale dell’esistenza (...) negazione del sogno”(Bar Italia); un giocoliere del segno che usa il significante come un metasegno e combinatoria fonosemantica per significare una matrice speculativa relazionale causale tra il suo «Io fondante» e «Dio»: «In verità, Io è Dio senza “D” (...) e se Dio è causa e inizio di ogni cosa, lo è anche di me e dunque anche Io lo sono di me, ma anche tu che leggi e ascolti lo sei» (Cuclucsclan); un parodista che si diverte e diverte rispolverando il “maccheronico” dall’incipit fiabesco: «C’era in illo tempore, lontano, un’istrania salita, da lo profilo de la quale si scorgean ciuffa: poca rama di palma che parean proprio come li peli su lo petto de lo comandante Bluto, simulanti una carnale florescentia fujta da lo scollo a “V” che si componea ne lo incrocio (...)» (Ciuffa).

Ogni racconto, come in un cono rovesciato, è accompagnato da foto-immagini che, create dalle mani di Angela Ruggirello, propongono un supplemento “speculare” come un’altra traccia nel bosco delle ombre che abitano i corpi. La posizione rovesciata di questa pittoscrittura, realizzata con codici diversi (grani di luce, prospettiva, linee, tratteggi, cromaticità, sfumature, ecc.), è una testualità – occorre non sottovalutare – posta in termini di complementarietà “iconica”, un’altra finestra da cui guardare dal/nel caos delle cose. Una potenza proposizionale della discorsività visiva che, accompagnata a quella del dicibile, ci sembra, sia tesa a scandagliare “anamorfosicamente” il «Kaos» (termine ricorrente in queste scritture) che ad elevarsi nelle sfere ideo-logiche spirituali dell’autore stesso, scavando il corpo delle astrazioni sparse nella “langue”. Una potenza della “parole”, lo scavo simbolico, che deborda la stessa cornice in cui il nostro autore pone ogni racconto, e ciò, naturalmente, dopo aver scelto un incipit stilisticamente marcato, o una sorgente o un deposito in cui il linguaggio si veste e si configura con i suoi effetti paradossali di realtà-finzione come un “attante” che se ne fa carico per intrecciarlo.

Così, ritornando alla “chiave” di lettura o alla necessità d’individuare un’ipotesi di senso, ogni incipit di questi racconti, è da assumere, secondo chi scrive, come una regia preposta al coordinamento delle varie scene che fanno il racconto; un raccontare che si snoda come un film realizzato mescolando, secondo un montaggio in itinere, le inquadrature sia in “soggettiva” (un discorso indiretto libero) che in “oggettiva” (un detto, una citazione, un nome, un virgolettato, ecc.). Il “come”, pur presente un impasto simbolico che miscela codici “idiolettici” diversi, naturalmente, salva la differenza. A mo’ d’esempio, due estrapolazioni da L’altro lato delle cose: “La prima cammisa mia” e “Sognando Calimero”.

La prima cammisa mia: «“E ora chi ci fazzu cu ‘sta cammisa?” Ossessionata dal quel bruciante pensiero, Angelina stringeva il pezzo di stoffa a fitti quadratini colorati, e asciugava, con l’unico polsino ancora immacolato, le instancabili lacrime sul viso smunto e pallido. (...) Le sedicenni dita di Angelina giocavano incoscienti e bambine spuntando, come un pupazzetto, dall’enorme buco sfrangiato creatosi per un colpo di lupara che, la mattina prima, aveva fatto saltare Ciccio come un fuscello dal suo piccolo carretto pieno di broccoli e finocchi. (...)». Sognando Calimero: «“Tutti fanno sempre così, perché loro sono grandi e io sono piccolo e nero. È un’ingiustizia, però!”» Il televisore era tutto ciò che aveva. Era tutto il suo mondo. Era, in verità, l’unico suo contatto con il mondo reale perché, a dispetto dell’elettrodomestico così alienante e mistificante, la vita che tutti vogliono è lì dentro, in quel tubo catodico dove la finzione, la magia, il trucco, le fantasie e i sogni sono l’unica realtà credibile. (...) Quel giorno d’estate, stava seduto sull’uscio a giocare con la plastilina. (...) Non sapevo, ma da artista dell’immagine, capii subito che la luce, quella che io addomesticavo per ottenere l’emozione più vicina al cuore del mondo, non c’era nel suo cuore. (...) “Vuoi che ti faccia un pupazzo?” Chiesi. “Sì, Calimero!” (...) Mi “guardò” come mai nessuno (...) Gli donai quel piccolo Calimero di plastilina, ma lui regalò a me la sostanza dei miei giorni. (...)».

Per chiudere questa nostra nota, certamente schematizzante, all’ipotetico lettore empirico o modello (in pre-lettura) di questi racconti, vogliamo segnalare che i titoli di ogni racconto sono formattati (qui, forse, vale la forza del pubblicitario, o del designer...?) con la dimensione del “visivo” e del suasivo – il corsivo, la grandezza dei caratteri, il mosso ondulatorio, o il non rettilineo del “paratesto” – per un ulteriore stimolo iconizzante (seduttivo?) la semantica complessiva dei testi.

Antonino Contiliano

Letto 120 volte Ultima modifica il Martedì, 24 Agosto 2021 18:34

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