Domenica, 06 Settembre 2020 17:15

I depistaggi del neocapitalismo

Scritto da Antonino Contiliano
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Un vecchio detto recita: il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Così se la rivoluzione post-fordista dell’economia capitalistica si è riciclata attraverso l’economia della conoscenza, quella codificata degli sviluppi della cybernetica e della tecnologia digitale open source

(sempre più avanzata e personalizzata nei luoghi, nella tempistica e nelle prestazioni), il cuore del suo vizio capitalistico – la logica del valore privatizzato (oggi global value chain, e shared value o la ricerca del business/profitti come valore condiviso – è rimasto immobile. Condivisione. Parola magica. La magia che imbriglia e imbroglia gli stessi produttori del valore, gli sfruttati, ma svalorizzati. Scarti usa e getta. Neanche riciclati. Imbavagliati nella catena della valorizzazione fino all’esaurimento della forza creativa.

Immobile, come è il principio di moto e quiete uniforme (inteso meccanicamente: rapporto di dipendenza causale-lineare fisso tra le parti) nel mondo delle scienze fisiche galileane-newtoniane, la logica del valore, e delle forme espropriative più sofisticate e psicologizzate, rimane ancorala causa agente fondante. Un principio che, trasferito sul piano dei rapporti sociali e umani organizzati dal nuovo paradigma della rivoluzionaria post-fordista, significa conservare (schematizzando) certe comprovate “condizioni” di disuguaglianza sociali, stili di vita e annessi disagi individuali sine cura che non sia la colpevolizzazione desocializzata.

L’open innovation (contributi dall’esterno) e l’open organization (plurisoggettiva e multi-livello, globale, metropolitano, locale) infatti non ha né azzerato né diminuito i dislivelli e le patologie diversamente nominate. Non c’è più, infatti, solo divisione del lavoro, sfruttamenti, asimmetrie e diseguaglianze (governate da un solo comando rigido e piramidale); la nuova organizzazione e la sua gestione infatti, grazie a un coinvolgimento di senso condiviso (sense making) nella stessa collaborazione di rete perpetua egualmente la sua logica di valorizzazione proprietaria competitiva e individualistica. Poco o niente vale, per unità di progetto, la collaborazione pluralizzata, l’assunzione di rischi, le incentivazioni di autonomia e di auto-organizzazione e persino, a un certo livello, certe responsabilità di comando.

Come un “conatus” spinoziano snaturato, il business (il profitto/rendita) del post-fordismo, il capitalismo immateriale/spirituale, digitale e flessibile (quello della conoscenza codificata in bit riproducibili e trasferibili a costi zero ma con grossi profitti sui mercati globali), non punta più solo sugli utili delle merci, il fatturato, la produttività e sul pluslavoro/plusvalore rubato ai lavoratori/trici. All’uopo (aumento dei profitti, riduzione dei rischi, accelerazioni dei ritmi lavorativi, incalzante innovazione tecno-digitale), il sistema ha creato un sofisticato meccanismo di valutazione per il controllo dell’efficienza e dell’ottimizzazione. Ha creato un esercito di valutatori e certificatori (agenzie rating) con l’apposito intento di tenere sotto controllo le potenzialità produttive e di mercato, la trasparenza sulle regole adottate, le conoscenze acquisite e disponibili, le attitudini relazionali e la collaborazione di rete (team work), le competenze (soft skills), la capacità di iniziativa e decisionale (leadership) e di auto-organizzazione (indipendenza, interdipendenza e interazione tra differenze sul piano dell’intelligenza collettiva assicurata dai codici semantici in rete e open).

Se così stanno le cose, allora occorre operare con astuzia antagonista a diversi livelli (presa dei linguaggi, organizzazione, conflitti situati, proposte e comportamenti alternativi…). Nel nuovo capitalismo “spirituale” e telematico, infatti, la nuova tecnologia, per esempio, non è più solo uno strumento, è soprattutto un nuovo linguaggio. Un linguaggio tale (gli automatismi della digitalizzazione auto-algoritmica) che entra in competizione con i limiti della stessa intelligenza umana della specie, e tale da sopravanzare le stesse capacità di calcolo e di ipotesi della mente umana storicamente evolutasi. Un linguaggio, fra le altre cose, abbinato alla propaganda deviante, ovvero il fatto che la nuova tecnologia elettronica e telematica accelererebbe i processi di emancipazione e liberazione dal lavoro subordinato e dalle diseguaglianze sociali. Un autentico depistaggio (questi passaggi) organizzativo ed esecutivo a misura delle sofisticate campagne pubblicitarie del lavoro informatizzato, personalizzato, creativo, flessibile (a casa o a distanza), e a prevalente contrattazione individualizzata. Motivo per cui, in prima istanza, occorre sia una lucida analisi demistificante, sia la ricomposizione di un agire collettivo che sappiano del presente e delle rivoluzioni scientifiche e tecniche che mondificano profondamente sia le reti lavorative che gli stili di vita individuali e sociali in termini di interdipendenze e connessioni geopolitiche allargate e aperte; e ciò all’interno delle conoscenze teoriche e dei risvolti pratici (etico-politici) che i modelli di ricerca e sperimentazione pongono ininterrottamente in essere davanti alle collettività. Collettività che non possono rimanere inerti, o fermi ai comportamenti disciplinati dall’ideologia del passato, mentre si fanno raggiare dagli spot sulla morte delle ideologie e da quelli sulla neutralità delle nuove rivoluzioni della nanotecnologia elettronica. Spot e neutralità, come i centri commerciali, sono parole d’ordine concentrazionarie (cocaina linguistica e segnica) per addomesticare il qualunque entro i recinti (reclusori a cielo aperto) decorati dei consumi passivi e delle volontà non reattive. Occorre uscirne iniettando sane dose di ordinaria e straordinaria follia!

Così, e non per le lunghe, è necessario e urgente che ci si riappropri di quello che, sul piano proprio dello stesso piano dell’economia cognitiva, Karl Marx ha lasciato in eredità (ma rimasto inesplorato o messo in soffitta). È la riappropriazione, fra le altre condizioni, che andrebbe individuata lì dove il neocapitalismo spiritual-digitale, come dice Roberto Ciccarelli (Forza lavoro- Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi, 2018), fonde in un’unica funzione la distinzione marxiana tra “Arbeitskraft” – che insieme significa sia forza-lavoro che facoltà – e “Arbeitssvermögen” o capacità di lavoro che attualizza una potenza.

L’occultamento della differenza, al fine di confondere l’amalgama sapere-potere e dominio sulla forza-lavoro della rivoluzione digitale e post-fordista, infatti è cosa gradita e scrupolosamente curata dalle forze dominanti. La nuova produzione post-fordista, sebbene punti sugli aspetti emotivi, etici e culturali condivisi degli individui (scelte, decisioni, rischi, co-protagonismo della valorizzazione), lascia che la ricchezza prodotta (nel senso più ampio) dal sistema rinnovato non cambi regime di espropriazione e sfruttamento. La forza-lavoro creativa (la sorgente fondamentale) però è sempre nelle attività e nelle opere (vecchie e nuove) della forza-lavoro impiegata (sia dell’ordine fisico che virtuale, ibridata, individuale, collettiva o di rete co-produttiva e pluri-soggettiva). La forza-lavoro, ininterrottamente, 24 ore su 24 ore, e a ritmi temporali che devono adeguarsi sempre più alle innovazioni e alle accelerazioni della tecnologia digitale, produce ricchezza di ineguale portata storica, mentre il vero Pil della situazione è l’aumento delle diseguaglianze sociali, delle povertà e dei vari crimini umani e ambientali.

Certo non mancano le difficoltà nell’individuare verità e responsabilità individuali, collettive, istituzionali, nazionali e internazionali in questo nuovo universo del capitalismo digitale e delle cosiddette “multinazionali tascabili”. Tuttavia non ci si può esimere dal compito di conoscere il nuovo sistema e di innescare azioni contro, e alternative tali (quali potrebbe essere l’utilizzo delle nuove tecnologie non all’insegna del concetto di “proprietà” ma di “utilità” comune senz’altro uso che l’utilità redditizia della democrazia comunista (in vista le capacità e i bisogni di ciascuno e tutti, e liberamente associati nel sostegno trovato dalle nuove possibilità tecnologiche informatizzate). Il cammino verso il divenire-democrazia di tutte le parti in gioco, plurale (fuori la logica della sussunzione della valorizzazione proprietaria privatistica e individualistica del sistema-mondo post-fordista), non sarebbe più una sperimentazione utopistica (l’utopia è forza propulsiva!), sebbene difficoltà e ostacoli non manchino. Anzi. Le difficoltà (procurate e impreviste) nel mondo capitalista – scriveva Bertolt Brecht, non sono mai mancate. Ne aveva individuato cinque1. Tra queste privilegiava la verità. Ma, continuava, non era sufficiente scriverla. Se bisogna scriverla, «benché essa venga ovunque soffocata», occorre anche «l’ac­cortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata; l’arte di ren­derla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere co­loro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi». E se oggi le difficoltà non sono di certo diminuite, ma aumentate e diventate più raffinate grazie al mondo della rete, della sua tecnologia elettronica (come linguaggio e connessioni e azioni funzionali), allora bisogna aggiornarsi. Aggiornarsi e inventare astuzie antagoniste e pratiche contro. Dai netstrike, tanto per qualche esempio, all’hackeraggio, ai movimenti sociali e alle reti no-global, all’arte di strada, alle provocazioni performative e profanatorie …il dissenso e le realizzazioni sociali comunitarie non mancano di proposizione e azione dirompente. E sebbene l’astuzia non sia prerogativa di alcuni rispetto ad altri, è necessario tuttavia cogliere i cambiamenti di forma, adattarla all’azione del caso. Resistere e attaccare come un “covid” di nuova generazione, gentile e letale. Il pianto non serve ai morti. I morti aspettano che gli eredi non dimentichino il futuro e le promesse all’orizzonte del senso non assoggettato!

Antonino Contiliano

 

1 Bertolt Brecht, Arte e politica (1934-35)- Cinque difficoltà per chi scrive la verità (Scritti sulla letteratura e sull'arte, Einaudi, 1973, pp. 118-131

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